Il “no” irlandese all’Europa Unita: ci risiamo!
Ci risiamo! Un altro brusco stop per l’Unione Europea. E questa volta sembra ancora più perentorio di quello che si verificò nel 2005 a seguito dei referendum popolari di Francia e Olanda per l’approvazione del testo della Costituzione Europea della Convenzione Europea di Valery Giscard D’Estaing.
Ciò per almeno due motivi: il primo è che il no perentorio arriva dall’Irlanda, Paese che più di altri ha beneficiato di consistenti aiuti economici dell’Unione e il secondo è che riguarda il testo di un trattato frutto di interminabili e faticose mediazioni tra tutti i 27 Paesi aderenti e che veniva presentato non come un zoppicante compromesso ma come il meglio che si potesse ottenere da un confronto così denso di istanze di parte, scarse convinzioni europeistiche e desiderio dei governanti di soddisfare al massimo le spinte popolari all’accaparramento di benefici.
Abbiamo visto, a seguito della pubblicazione dell’esito del referendum irlandese, un intreccio fitto ed appassionato di reazioni e commenti: da quelli deliranti di Marcello Pera, intrisi di neo-fondamentalismo cattolico, a quelli altrettanto fanatici di tanti commentatori anti europeisti che vedono l’Unione solo come il prodotto aziendale di un criminoso sistema bancario che prospera, complice il famigerato Euro, sulle disgrazie dei sudditi vessati e sfruttati.
C’è poi una larga base di opinione che tende a minimizzare l’importanza del pronunciamento irlandese, attribuendolo da una parte alla disinformazione o, peggio, alla propaganda di taluni soggetti portatori di interessi ben precisi che possono prosperare dalle macerie della costruzione europea e, dall’altra, alla paura di eventi possibili e dannosi per le comunità locali ansiose di difendere a spada tratta certi, asseriti valori tradizionali, come la famiglia tradizionale, l’integrità etnica, le radici religiose, l’antiabortismo, ecc.
Analisti e commentatori ben più titolati e documentati di noi semplici “uomini della strada”, hanno tentato una spiegazione del fenomeno e, a seconda dell’ideologia che li ispira, hanno espresso le proprie conclusioni. Chi ha negato qualsiasi sentimento popolare autenticamente europeista nelle genti di questo continente (che si sono semmai semplicemente adattate per inerzia alle ambizioni chimeriche di alcuni loro governanti), chi ha rilevato una carenza di informazione nei confronti dell’elettorato, tale da indurlo a tragici equivoci nella scelta della scheda da depositare nell’urna, chi ha ricordato il tradimento, perpetrato dal sistema bancario e dei suoi lacchè politici, dell’ideale dell’ “Europa dei Popoli”,
Chissà com’è andata in realtà: fatto sta che un’altra Nazione europea chiamata alla pronuncia popolare su un Documento basilare per la costruzione di un’Europa unita (non solo da squallidi interessi di bottega), ha detto sonoramente “no” e si è riversata nelle strade e nei “pubs” a festeggiare l’evento a suon di ottima birra.
Alcuni di noi semplici spettatori, un po’ sbigottiti di fronte a tanti festeggiamenti (da noi abbiamo assistito a quelli della Lega Nord, che ha optato per festosi brindisi con prodotti più “casalinghi”), pensano che, forse, la cosa più logica e più conseguente sarebbe quella di dire ai trionfanti elettori dell’Eire: va bene, è stato bello finché è durato, quel che è stato è stato, tanti auguri e figli maschi. Ed accompagnarli educatamente alla porta che loro stessi hanno spalancato con un calcio, chiamandosi di fatto fuori dai problemi comunitari.
Non dimenticando inoltre, per stretta coerenza, di fare lo stesso con i nostri vicini “transalpini” e con i prudenti olandesi che nel 2005, hanno altresì rifilato da par loro lo stesso calcione nel posteriore all’Unione, dicendo fieramente “no” alla Costituzione.
Infine lo stesso deve valere per tutti quegli altri Stati, primi fra tutti la Gran Bretagna, che non hanno voluto l’Euro, rifiutandone rischi e benefici, mascherando la scelta fatta come una strenua difesa delle gloriose monete nazionali. Anche a questi si dovrebbe dare un cordiale benservito, forti del detto “meglio soli che male accompagnati”. E ciò, non per un desiderio di “vendetta” per tanti sdegnosi “no” incassati, ma perché non vi può essere spazio, nell’ Europa che tanti di noi vorrebbero veder nascere e crescere, per i profittatori, gli indecisi, gli xenofobi, gli egoisti, gli opportunisti, ma essa dovrebbe essere formata solo da coloro che siano veramente convinti della bontà dell’idea europea e che vogliano impegnarsi seriamente e coerentemente per realizzarla.
D’altra parte non si deve e non si può, mentre si opera per realizzare un progetto sovranazionale tento ambizioso ed importante, prescindere dalla volontà dei popoli che dovrebbero costituire uno dei suoi elementi costitutivi. I “no” pronunciati non devono neppure essere messi in discussione: l’elettorato che li ha espressi lo ha fatto con perfetta consapevolezza. Questi dinieghi vanno rispettati fino alle estreme conseguenze, attribuendo ad essi il reale valore che hanno, cioè quello del non gradimento (tanto per usare degli eufemismi) dell’adesione ad un progetto volto alla creazione di un grande ed originale soggetto politico che possa giocare la propria partita nel complesso e delicato ordine mondiale che si sta preparando.
