Il viaggio
Non ricordo bene come fu la prima volta in cui feci un viaggio. Avvenne tantissimi anni fa, forse quando ancora ero un bambino. E non importa se fu breve, forse una semplice gitarella domenicale. Ciò che conta che, pur non ricordandone i dettagli, esso mi lasciò una traccia sia pur vaga nella memoria, come si fosse trattato di un avvenimento assai importante, come se fosse stato un vero viaggio.
Ecco, è appunto su questa aggettivazione che vorrei soffermarmi: quand’è che un viaggio diventa un vero viaggio? Escludiamo subito gli spostamenti di lavoro e per affari: quelli non contano, sono momenti della propria attività professionale, non impegnano più di tanto la nostra immaginazione e, soprattutto, lasciano poche tracce nella nostra coscienza.
Il vero viaggio è quello che discende dalle proprie scelte e dalla propria volontà, che si fa nel tempo libero per impiegare al meglio questo prezioso intervallo della nostra vita.
Ma esso non si esaurisce nella sua esecuzione e nella sua organizzazione, anche se quest’ultima è sua parte integrante e serve per arricchirne i contenuti rendendoci consapevoli in anticipo di molte delle sue offerte. Esso, invece, assume il suo rango più nobile e raro quando diviene uno strumento per avvicinare gli uomini e le loro aggregazioni, per fondersi con le loro felicità e le loro ansie, per integrarsi con l’ambiente naturale e con quello antropizzato e vedere, più semplicemente che guardare, gli spunti che essi offrono.
Il viaggio diventa così una momentanea fuga dalla nostra realtà quotidiana ed una immersione nel multiforme universo che ci circonda e che comincia ad un casello autostradale, ad una stazione ferroviaria o presso qualsiasi porta d’uscita dal nostro ordinario.
E’ una specie di rinascita in una dimensione diversa e parallela, dove tutto può essere diverso e nuovo e dove, soprattutto, noi siamo diversi e nuovi. Cosicché, nella nostra ritrovata illibatezza morale, possiamo provare quella meraviglia, quella sorpresa e quella gioia suprema della scoperta che era la nostra caratteristica di bambini, quando ancora lo eravamo davvero.
E’ per questo che io voglio essere viaggiatore e non mi importa di essere turista.
Infatti non vorrei essere come colui che scatta valanghe di fotografie a tutto ciò che gli si presenta davanti e non vede nulla tranne l’anonima intermediazione di un mirino che altro non fa che appiattire ogni cosa senza evidenziarne il valore intrinseco. In altre parole, è inutile che io fotografi il Colosseo a Roma, se non vedo la prolungata tragedia che vi si è consumata e se non sento, con pena e sconcerto, i lamenti e le grida delle vittime che vi furono immolate.
Alla fine non mi resterà nulla, se non una immagine stereotipata da collocare senza emozione nel mio dimenticatoio domestico.
Il viaggio è il rapporto con le civiltà che avviciniamo, la degustazione attenta dei loro sapori,
l’ accettazione convinta delle loro diversità, il dialogo sereno e rispettoso con i loro componenti.
Esso è l’opportunità di scoprire un fiore mai visto sul bordo d’una strada, di salutare qualcuno in una lingua che non sia la nostra, di accettare un bicchiere di vino da uno sconosciuto che ti accoglie con un sorriso in qualche bettola di montagna.
Non saremo mai dei veri viaggiatori, se non sapremo accorgerci, in un mercato rionale di qualche metropoli rumorosa e caotica, di un bambino scalzo che ruba i lupini dalla bancarella e che, quando si accorge d’essere stato scoperto, ci sorride sperando nella nostra complicità.
Sarebbe vero e bello, ma onestamente quanto ormai siamo spaventati dalla diversità?
E se quel bambino fosse stato zingaro o di colore? Ne saremmo stati complici?
E quanti di noi sono capaci ancora di provare il piacere di un gusto sconosciuto? Quanti invece si infilano in una pizzeria / mc donald anche dall’altra parte del mondo pur di ritrovare “casa”?
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E’ tutto vero quello che dici, ma l’unica sfida che ognuno di noi può lanciare è quella di sottrarsi all’omologazione che stiamo subendo e di affermare la propria, originale personalità. Così facendo si potrà perfino prescindere dal colore della pelle o dall’etnia del piccolo, simpatico ladruncolo. Ciao e grazie.
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