Ghana, la pattumiera del mondo.
Ha avuto pochissima rilevanza sui media nazionali (come spesso accade) la notizia, che notizia non è, che il Ghana è una delle grandi pattumiere del mondo. Come spesso capita è Greenpeace che si accolla l’onere di diffondere informazioni di questo tipo, estremamente scomode ai più solo per il fatto che turbano le coscienze e che un pochino di vergogna addosso la mettono. Badate bene però che si tratta esclusivamente di increspature sulla superficie del nostro mare di tranquillità, poi tornerà la calma piatta.
Non tornerà nessuna calma (anzi) in Ghana, paese africano tra i più poveri che continuerà sempre di più a vedere i suoi territori distrutti, contaminati e irrimediabilmente avvelenati per la quantità non più calcolabile di prodotti dismessi (si parla di 20-50 milioni di tonnellate l’anno) e scarti di ogni genere spediti senza tanti complimenti in quella lontana terra (lontana per noi, non per chi ci vive). Qual’è il perverso meccanismo che si è messo in piedi e chi lo sostiene? Perchè si è arrivati a questo punto?
Le risposte a questi quesiti non potrebbero essere più facili. Innanzitutto noi (intesi come popolazioni occidentali) dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, le nostre colpe. Quello che allegramente gettiamo via, soprattutto materiale elettronico, non finisce in nessun centro di recupero e trattamento di materiali pericolosi, ma viene imbarcato in Belgio (l’avanzatissimo nord Europa) e scaricato come “Materiale elettronico di seconda mano” in uno dei più grandi porti africani, Tema, teoricamente destinato al centro di smaltimento di Agbogbloshie, vicino ad Accra, la capitale. Ora, dalle immagini che è possibile vedere e che sono state (molto timidamente) diffuse da Repubblica, sembra che non molto arrivi effettivamente al centro di smaltimento, ma quasi tutto si perde strada facendo e finisce negli immensi cimiteri di materiale elettronico dove quello che si riesce si recupera a mano (rame, cavi, piastre), il resto viene bruciato o rimane a “fermentare” sotto il sole.
Nelle stesse immagini, per certi versi raccapriccianti, si vedono perlopiù bambini che sguazzano in pozze contenenti ogni sorta di liquami, che corrono intorno agli improvvisati falò che mandano in aria colonne di fumo nero e densissimo, che affondano le braccia in cumuli di rifiuti. Quella è la proiezione della nostra coscienza, è lo strascico del nostro benessere, il potere di acquistare e buttare via immediatamente dopo, senza curarsi più di nulla. Un oggetto prima nostro e poi, un attimo dopo, da rifiuto, diventa della società, di tutti. E noi siamo autorizzati a non curarcene più.
Ma la società evidentemente non è in grado di gestire nulla se non andandolo a cacciare a sua volta da un’ altra parte, facendo in modo che non debba più essere lei ad occuparsene. Società che non è un’entità astratta ma che è composta in primo luogo da chi è materialmente l’artefice di questo scempio, dalle aziende che effettuano i trasporti, da chi li paga e li commissiona (sapendo benissimo quello che accade), dalle multinazionali dell’informatica e della telefonia (i nostri amati pc e cellulari sono tra i principali rifiuti delle immense discariche) che si sbarazzano dei loro scarti attraverso questi comodi canali. Nessuno purtroppo può dirsi innocente, meno che mai i mezzi di informazione e i media che passano velocemente sulla notizia e che preferiscono invece approfondire l’argomento del menù consumato a spiaggia dalla famiglia media italiana, da quanto è difficile trovare un panettiere aperto ad Agosto a Milano o quanta acqua bisogna bere per non incorrere in sgradevoli colpi di calore in riva al mare.
Con buona pace degli abitanti del Ghana.