Smartwatch Story [parte seconda: oggi]

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Per quanto sia difficile definire una precisa cronologia nell’evoluzione degli orologi intelligenti, il reale punto di svolta è comunque certamente da individuare nell’avvento degli smartphone e nella loro continua crescita in termini di prestazioni e potenza di calcolo. Gradatamente, abbiamo assistito all’aumento delle dimensioni degli smartphone stessi (diventati poi phablet e tablet) che ha progressivamente reso difficile un agile accesso alle informazioni; in parallelo, è cresciuta la nostra dipendenza dall’accesso in tempo reale ai flussi di informazioni, alle notifiche push, alle comunicazioni che costantemente ci vengono inviate. In questo nuovo contesto, gli smartwatch hanno trovato il loro ruolo e assunto la precisa funzione di aiutarci a gestire questa mole di dati che minaccia di essere opprimente e di invadere i nostri tempi vitali. La discrezione, la facilità e l’immediatezza con la quale possiamo accedere, attraverso uno smartwatch, a quelle informazioni rischia di essere davvero la killer application di questo settore, trasformando l’orologio in un assistente da polso molto personale che ci informa e ci sincronizza con tutto il nostro universo digitale, i nostri cloud, gli account di posta, i calendari di eventi e di appuntamenti, consentendoci di utilizzare l’onnipresente smartphone solo quando realmente necessario. Per questo gli smartwatch hanno avuto in giorni recenti un’attenzione e un’affermazione sul mercato che, come abbiamo avuto modo di vedere, non avevano avuto in passato.

 Leggi anche: Smartwatch Story: Parte prima

In realtà tutto si è svolto in maniera piuttosto disordinata e disorganica: le maggiori innovazioni sono giunte spesso da piccoli gruppi di ingegneri e designer che, grazie alle piattaforme crowdfunding, sono riusciti in tutta autonomia a produrre smartwatch dalle caratteristiche esclusive e (spesso) rivoluzionarie, mentre nessun grande brand (a parte forse l’eccezione di Sony) ha saputo cogliere il momento della rinascita. L’onere (e l’onore) è toccato a un timido ingegnere canadese, Eric Migicovsky, il cui Pebble (seguito a una prima esperienza chiamata inPulse) ha sconvolto il mondo del crowdfunding e si è imposto come il secondo maggior progetto per volume di raccolta della storia di Kickstarter: più di 10 milioni di $ raccolti in pochi giorni e decine di migliaia di unità avidamente prenotate dagli utenti di un web diventato febbricitante intorno all’argomento smartwatch. Display di tecnologia innovativa (un particolare LCD e-paper), grande autonomia, un ecosistema di applicazioni dedicate e una vastissima community hanno decretato il clamoroso successo di un semplicissimo (concettualmente) dispositivo da polso di soli 40gr. In più l’alleanza dello smartwatch con il potente smartphone, al quale rimaneva il compito di inviare a Pebble in tempo reale tutte le informazioni e le notifiche ricevute. Un assistente silenzioso (Pebble è dotato solo di vibrazione) ma terribilmente affidabile e veloce.

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Lo smartwatch Pebble

 

Ma accanto a Pebble è doveroso menzionare, fra gli altri, “HOT Smartwatch” con il suo sistema di trasmissione della voce attraverso il palmo della mano, Martian con il suo smartwatch a “comando vocale”, e Agent Smartwatch con la sua carica induttiva e il display e-paper. In realtà, con due anni di anticipo, anche una piccola azienda della Silicon Valley aveva ideato qualcosa di molto vicino a Pebble, presentando ovunque nel mondo un piccolo dispositivo dalla forma perfettamente quadrata chiamato Wimm One (dal nome della società Wimm Labs). Progetto assolutamente ambizioso e ottimamente sviluppato, tanto da attirare l’attenzione della Google che, acquisito il know-how della piccola start-up, è ora in predicato di rilasciare presto una sua versione di smartwatch per la quale le speculazioni stanno dando il meglio di loro stesse.

 

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Agent smartwatch con ricarica wireless

In questa galassia turbinosa che si va componendo ogni giorno di nuovi elementi, ora anche molti grandi brand mondiali legati al mondo mobile hanno infatti in programma il rilascio di un proprio smartwatch. Samsung ha presentato in tempi recentissimi il suo Galaxy Gear (di fatto il suo terzo tentativo di telefono da polso) che consente di sostenere una conversazione in totale libertà e a mani assolutamente libere.

I grandi brand mondiali hanno capito che la wearable technology rappresenta il business del futuro

Gli operatori del settore (e il pubblico) hanno accolto però con qualche riserva il device del produttore coreano, forse ritenendo deluse alcune aspettative legate al grado di innovazione promesso. Galaxy Gear, per quanto ottimamente costruito, ha compatibilità limitata ad alcuni smartphone di fascia alta dello stesso produttore e rischia di non diffondersi anche a causa del prezzo di acquisto piuttosto alto rispetto alla media delle altre proposte. Oltre a questo il gigante coreano sembra non aver colto nel segno per due semplici motivi: la sua idea di smartwatch è troppo simile ad uno smartphone e troppo distante a quello che uno smartwatch dovrebbe rappresentare: autonomia troppo ridotta, display brillante ma disattivato durante lo standby, leggibilità scarsa alla luce diretta del sole e dimensioni troppo generose. La seconda generazione dei devices di casa Samsung (che cerca addirittura di diversificare l’offerta) risulta più fortunata del primo tentativo e meglio strutturata. I Galaxy Gear di “seconda nascita” acquisiscono facoltà di monitor con i cardio frequenzimetri integrati e perdono (almeno due su tre) l’inutile fotocamera.

 

samsung gear 2

La seconda serie del Galaxy Gear

Chi invece ha interpretato nel modo migliore questo fenomeno è Qualcomm, produttore su scala mondiale di microprocessori e componentistica per il mondo mobile. Il suo Toq introduce l’innovativa tecnologia Mirasol per i piccoli display degli smartwatches, ponendosi come punto d’incontro tra il “tradizionale” e-ink (a scala di grigi e lento nel refresh, ma molto parco nei consumi) e i più diffusi TFT a colori. Mirasol è in grado di sfruttare la luce ambiente per rendere più luminosa la sua interfaccia e proprio sotto la luce diretta del sole risulta più leggibile e chiaro:  il risultato è un dispositivo a colori di grande autonomia visibile in qualsiasi condizione di luce, anche nel mezzo di un’assolata piazza in estate, particolarmente adatto ad un uso outdoor e in ambito sportivo.

Qualcomm Toq - dock di ricarica

Qualcomm Toq – dock di ricarica

Smartwatch Story, terza parte

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Smartwatch Story [parte seconda: oggi] ultima modifica: 2014-06-03T12:09:45+00:00 da Stefano Ratto

2 Responses to Smartwatch Story [parte seconda: oggi]

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