Smartwatch, i presupposti sbagliati del nuovo mercato

moto360 burn-in

Cari produttori, non ci siamo proprio. Leggendo l’interessante articolo apparso questa mattina sulle pagine di DDAY.it riflettevo su quanto (soprattutto) i grandi brand dell’elettronica mondiale stiano costruendo un’autostrada con la sabbia, sulla quale si affonda anche stando fermi (metafora che trova applicazione anche nella vita reale).

Gli smartwatch di ultimissima generazione sono infatti costruiti con un criterio che sarebbe riduttivo definire sbagliato. Esclusivamente in un ottica di consumo, piuttosto che di innovazione vera e propria. Anche se consideriamo l’eccellenza o quelli che appaiono come i prodotti migliori di questo nuovo mercato, possiamo rilevare criticità e problematiche che vanno oltre il livello fisiologico che comunque sarebbe lecito aspettarsi. Il problema centrale è uno e nel piccolo di questo blog l’ho già denunciato più volte: gli smartwatch (quelli globalmente distribuiti) sono costruiti con le stesse logiche degli smartphone. Si tratta di un errore madornale da parte dei costruttori.

Prendiamo ad esempio il nuovo e (molto) desiderato Moto360, che ha fatto il suo debutto in tempi recentissimi e dovrebbe rappresentare il top assoluto. Da una parte lo è, intendiamoci. Un bellissimo prodotto che però punta molto (troppo) sul marketing e decisamente meno sulla sostanza. Molti utenti denunciano problemi con l’autonomia della batteria, che abbiamo capito essere davvero scarsa. Il display LCD soffre di problemi di burn-in (effetto di persistenza dell’immagine), presentando ombre dopo essere rimasto tutta la notte nella basetta di carica, ha un indice di riparabilità modesto che richiede l’intervento di un laboratorio specializzato anche solo per sostituire la batteria. Mi fermo qui per non infierire.

moto360 burn-in

Il problema è che gli smartwatch dovrebbero essere approcciati in maniera differente, non sono smartphone e certo Samsung, Motorola o Lg sono avvantaggiate nell’usare tecnologie tradizionali perché le hanno in casa. E mi viene da dire che anche Apple ha portato un contributo trascurabile, sotto questo aspetto. E’ assurdo inseguire quantità di RAM esorbitanti o velocità di CPU estreme quando il più riuscito smartwatch del mercato (da due anni a questa parte) ha la potenza di calcolo della mia calcolatrice Casio (parlo di Pebble logicamente). Ma anche il Qualcomm Toq che porto al polso da una settimana (a proposito, la recensione e il video saranno pronti a breve) ha molto da insegnare in termini di innovazione a questa pletora di dispositivi che sono da un lato tutti uguali e tutti (più o meno) con gli stessi problemi. Perché uno smartwatch non è e non deve essere uno smartphone, non deve nemmeno somigliarci in termini di tecnologie utilizzate.

Invece i produttori mondiali (che avrebbero molto da imparare dalle piccole star up di questo settore) stanno sbagliando valutazioni e previsioni pensando che la forza del marketing tutto possa, ma davvero non è così e il mercato se ne sta in parte accorgendo. Sapranno imparare dai loro stessi errori?

 

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Smartwatch, i presupposti sbagliati del nuovo mercato ultima modifica: 2014-09-24T09:55:06+00:00 da Stefano Ratto

3 Responses to Smartwatch, i presupposti sbagliati del nuovo mercato

  1. LucaS888 scrive:

    Considerazioni giusta, anche se forse dobbiamo iniziare a pensare che nel settore smartwatch ci sono e/o ci saranno tante strade da poter percorrere.
    Per ora noi vediamo solo le 2 principali, gli smartwatch all-in-one o phonewatch (o smartphonewatch?) e gli smartwatch più “essenziali”.
    A queste due si sta aggiungendo nell’ultimo anno quella delle smartband.
    Poi non mancano le contaminazioni, smartband che sono molti simili agli smartwatch e altre che “fanno finta” di essere degli phonewatch (anche se non indipendentemente da uno smartwatch).

    Insomma, se con gli smartphone siamo abituati ad una categoria precisa, o meglio a 2 considerando anche i phablet, con questi prodotti è facile vedere “di tutto”, prodotti che difficilmente saranno in grado di soddisfare qualsiasi esigenza ma che si rivolgeranno a fasce d’utenza molto diversi, più simile a quello che si vede nel settore automobilistico (mentre gli smartphone sembrano più quello motociclistico).

    Per questo non mi stupisco poi tanto che c’è chi punti a cose come il design o i materiali o alcuni aspetti, anche se secondari, tecnologici, trascurando altre caratteristiche che altri utenti considerano prioritarie.

    D’altronde a tutti interessa un auto “che non consumi troppo” ma ci sarà sempre il modello che consuma poco e il modello che privilegia altro.

    L’importante è che ci sia scelta e offerta per tutti, e paradossalmente ne avremo molta più che per i cellulari, anzi torneremo all’epoca dei “cellulari” pre-smartphone. :)

    • smartwatch_ita scrive:

      Infatti, il mercato potrebbe diversificarsi nelle proposte, in realtà c’è spazio per tutto. Quello che mi sento di contestare è l’eccessiva fretta con la quale i produttori “devono” far uscire prodotti e facendo mancare parte dell’innovazione tecnologica che sarebbe necessaria per rilasciare prodotti migliori, più performanti. Comunque è un po’ una costante degli ultimi anni, in questo settore. L’utente fa un po’ da beta tester, succede anche per gli smartphone.

      • LucaS888 scrive:

        Già, con in più (e in parte legato proprio al betatesting) il rapido cambio di modelli e relativa svalutazione (non solo economica) dei precedenti.

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