Internet of things, c’è vita nel web

Internet of Things

Gli smartwatches appartengono a buon diritto alla sfera della cosiddetta IoT, l’Internet delle Cose. E’ giusto perciò allargare un po’ il perimetro dei nostri orizzonti per capire cosa altro c’è oltre un presente che sta cambiando così in fretta, già adesso e sotto il nostro sguardo.

Salendo in auto riflettevo sul fatto che le condizioni meteo stavano velocemente cambiando, le nubi si addensavano all’orizzonte, sempre più scuro per il procedere del tramonto.

Forse fu a causa di questo che mettendomi lentamente in movimento il pensiero andava focalizzandosi su quanto e in che misura le abitudini e i gesti un po’ meccanici che ero solito assumere si erano rapidamente modificati, fino a sparire. Anche tornare a casa ormai conteneva un indice di variabilità fino a ieri sconosciuto. La mia auto non era rimasta inoperosa nel suo parcheggio, ferma si, ma vigile. I dati del traffico, le tante variabili legate agli spostamenti di fine giornata creavano un flusso quasi costante di informazioni. Interpretare i dati della viabilità ritenevo che fosse diventato il suo passatempo più interessante come era ormai diventata una piacevole distrazione per me osservare il mondo che scorreva dietro al finestrino mentre l’auto, autonomamente, valutava percorsi e interpretava le tante variabili per calcolare la via più rapida e sgombra per il rientro a casa. Avevo tempo per leggere, per esempio, o per scorrere i messaggi e le comunicazioni del mio cloud domestico. Il mio frigo mi segnalava che, dopo una rapida analisi del suo contenuto e in base alle istruzioni ricevute, ai miei gusti e alle mie abitudini alimentari, aveva provveduto a rifornirsi presso i miei stores on line di fiducia, approfittando anche di alcune delle offerte della settimana. La consegna di quanto acquistato era prevista immediatamente dopo il mio rientro, per impedire di venir disturbato durante la lunga doccia che avevo in programma di concedermi.

Scorrendo lo stream delle notizie riservavo anche qualche attimo per valutare la situazione climatica di casa. Ogni elemento, dalle tende esterne al termostato alla ventilazione, agiva in sincronia, grazie alla facoltà che gli era stata data di colloquiare con il mondo esterno, adattandosi in anticipo al mutare delle condizioni del clima. Anticipando gli eventi, valutando parametri, per ottimizzare, risparmiare risorse e rendermi la vita più comoda. E molto meno dispersiva.

Internet of Things

Questo spaccato di possibile futuro ci permette di scorgere quella che potrà essere la quotidianità che ci aspetta, ed è giusto dietro l’angolo. Questo avverrà quando l’evoluzione del fenomeno che oggi conosciamo con il nome di internet porterà, semplicemente, alla sua scomparsa. O meglio ad una mutazione talmente importante che la potremo anche interpretare come la fine di qualcosa e l’inizio di tutt’altro. Non lo affermo io ma il presidente di Google, Eric Schmidt, che in una recente intervista spiega anche come e in base a quali logiche la nuova rete potrà entrare nelle nostre vite.

Partiamo da un concetto semplice, da elementi che noi tutti conosciamo bene. Immaginiamo la nostra esistenza dal punto di vista degli oggetti fisici che ne fanno parte e che concorrono a creare il nostro quotidiano. Ognuno di questi singoli elementi ha sempre e necessariamente bisogno dell’azione dell’uomo per poter esprimere la propria funzione, di conseguenza per essere utile, per servire. Queste azioni necessitano di tempo, di energie e di risorse e non sempre, per altro, raggiungono un risultato ottimale. O meglio, l’uomo spesso non è in grado di utilizzare le proprie risorse nel modo migliore.

Tutti questi componenti avranno modo di diventare i tasselli di un più armonico puzzle, legati tra di loro in modo da poter scambiare informazioni, ricevere dati, comunicare e infine interagire con il mondo esterno. In realtà molti derubricano tutto questo a una complicata visione, scartando anche la semplice idea che tutto ciò possa accadere, ma lo fanno mentre in realtà sta già accadendo.

L’internet delle cose, così come si sta definendo, non è una complessa infrastruttura, ne un articolato progetto da pianificare a tavolino. È più semplice in realtà definire questo fenomeno moderno come l’unione di un infinito numero di mattoncini da costruzione, che insieme formano non solo una rete di servizi (che è quello che abbiamo oggi), ma un’architettura fisica, fatta di oggetti. Ed è questo il grande elemento di rottura con il nostro presente.
Questo scenario si potrà concretizzare nell’ambito delle cosiddette Smart Cities che già possono fornire infrastrutture adeguate a sostenere il cambiamento. Reti fisiche già stese in maniera capillare formano ad oggi architetture sufficientemente strutturate per rendere le città metropolitane adeguate e pronte per questo futuro iperconnesso. Pensiamo ai servizi di pubblica utilità, al trasporto, ai canali informativi utilizzati dalle amministrazioni, alla viabilità.

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Oggi tutto questo è sottoposto a programmazioni rigide, blindate in logiche sulle quali intervenire solo dopo la nascita di un’esigenza nuova o all’insorgere di problemi, con i tempi e i costi che tutto questo comporta. Domani l’integrazione dei sistemi con quello che sarà il web permetterà a un servizio di adeguarsi (è questa la parola magica) al cambiare delle condizioni, all’evolversi degli eventi, quando la nascita di un’esigenza nuova non comporterà più un problema, ma anzi un’opportunità da sfruttare per migliorare l’erogazione di un servizio. Pensiamo per esempio al trasporto pubblico, quale enorme vantaggio potrà trarre da tutto questo. Per i mezzi di trasporto di superficie che, magari muovendosi in maniera autonoma, avranno modo di sapere in anticipo il numero dei passeggeri in attesa lungo il percorso, grazie a una rilevazione biometrica effettuata sul posto. In base a queste variabili il servizio potrà essere in grado di riorganizzarsi venendo incontro a una maggiore richiesta o, al contrario, evitare di spendere risorse e utilizzarle altrove.

Chiunque potrà beneficiare dei frutti di una rivoluzione come questa, e i vantaggi si potranno propagare a diversi ambiti, energetico, economico, ambientale riflettendosi in maniera diretta sulla qualità della vita degli abitanti delle Smart cities. Altro elemento attivo di questa trasformazione è sicuramente rappresentato dalle Smart House che sono in un ambito privato quello che sono le Smart Cities in ambito pubblico. Gli oggetti che andranno a comporre il nostro personale ecosistema ci aiuteranno a ottimizzare i consumi, a risparmiare tempo ed energie regalandoci tempo libero da poter dedicare ad altro.

Ma è possibile scorgere un pericolo in tutto questo? Evidentemente si.

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L’uomo è padrone delle sue azioni ed è capace naturalmente di interpretare una variabile, anche se con dei limiti e con una possibilità di errore piuttosto elevata. Se l’interpretazione dell’ambiente che ci circonda è delegato ad una macchina, siamo certi che sarà sempre in grado di adottare le soluzioni migliori? Di prendere le decisioni più giuste per noi? Certamente si, almeno fino a quando non vedremo nascere l’intelligenza artificiale che tanto terrorizza personalità del calibro di Bill Gates e Stephen Hawking che recentemente si sono pronunciati sull’argomento e che hanno spostato l’attenzione su questo tema. In due recenti interventi nell’ambito di conferenze internazionali che avevano come tema le più recenti applicazioni legate alle nuove tecnologie, i due noti personaggi hanno infatti messo in evidenza quanto l’Internet of Things si possa prestare nel favorire una deriva che non hanno esitato a definire pericolosa per l’uomo, appunto per l’intrinseca possibilità che il livello di giudizio degli oggetti (che ora ne sono totalmente privi) si alzi esponenzialmente.

La giudicate una teoria troppo ardita? Forse, ma alcune delle menti che hanno illuminato il nostro secolo hanno espresso un comprensibile dubbio, sarà necessario tenerne conto nel futuro. Quanto potremo diventare dipendenti da una tecnologia così avanzata e apparentemente rassicurante? Molto, considerate tutte le debolezze dell’animo umano. Il rischio è sicuramente quello di adagiarsi a un tenore di vita innaturale e a una visione delle cose che non contempli
più le difficoltà e che potrebbe portare al progressivo appannamento di facoltà ormai acquisite in tempi remoti, di istinti che andrebbero a perdersi a vantaggio di macchine che, al contrario, riuscirebbero a far crescere il loro bagaglio di conoscenze e di esperienze.

Ma questa è davvero un’altra storia.

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Internet of things, c’è vita nel web ultima modifica: 2015-09-18T15:38:32+00:00 da Stefano Ratto

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