Smartwatch, la deriva cinese e le occasioni perse [EDITORIALE]

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L’offerta di indossabili si sta diversificando molto e al momento si possono definire gli estremi di questo mercato. La produzione cinese a basso costo e quella dei grandi brand. Da che parte andare e perché.

Il fenomeno degli indossabili è ormai esploso e commercialmente è ormai visto da tutti gli operatori del settore come mercato in crescita a doppia cifra. Questo perché, dopo un timido avvio, i grandi brand hanno cominciato a offrire in catalogo prodotti diversificati per accontentare le molte esigenze degli utenti. Dalle smartband, agli activity tracker, agli healt monitor ai più comuni e generici smartwatch, ormai tutti hanno modo di trovare il proprio assistente personale che si possa vestire su una specifica esigenza.

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E’ importante però far presente che l’evoluzione della componentistica elettronica, sempre più estrema e miniaturizzata, è stata affiancata da un ugualmente importante sviluppo del software che ha portato i principali sistemi operativi a concorrere tra di loro, migliorando sempre più le loro performance. Pebble OS, Tizen, Android Wear e Apple Watch sono tra i principali protagonisti di questa battaglia. Personalmente ho sempre sostenuto che il mondo degli indossabili si sarebbe diversificato molto di più rispetto a quello ormai molto standardizzato degli smartphone, effettivamente è quello che sta accadendo.

Uno dei tanti cloni di Apple Watch

Uno dei tanti cloni di Apple Watch

Ma esattamente come è accaduto per gli smartphone, la produzione cinese cosiddetta di basso costo ha cominciato a mettere sul mercato un numero enorme di modelli di indossabili. Molti, lo sapete, sono stati testati proprio da questo blog. Il problema di fondo che ha pesato e pesa sempre più nelle valutazioni è che, paradossalmente, la qualità dei dispositivi proposti sul mercato orientale è andata calando. E c’è un perché.

Prima, non a caso, mi sono riferito agli smartphone. Adesso i produttori cinesi (non tutti certo) producono dispositivi di ottimo livello. Mi riferisco a Huawei, Xiaomi, Meizu e anche altri. Ma non è sempre stato così. In passato infatti la qualità del prodotto era piuttosto bassa, carente soprattutto dal punto di vista progettuale, con  problemi più o meno gravi legati a un assemblaggio non perfetto, a elettronica scadente o altro. Quello che però aiutava i produttori era la possibilità di adottare Android come sistema operativo, grazie ai sorgenti pubblici di quest’ultimo.

Per quello che riguarda gli indossabili l’incantesimo si è rotto, ahimè.

Android Wear è infatti installato su dispositivi selezionati dalla stessa Google e non è a disposizione di tutti. Android completo d’altra parte si presta poco (o niente) ad essere installato su smartwatch (ne abbiamo avuto prova tantissime volte) per cui i produttori hanno dovuto fare con le proprie forze e, purtroppo, i risultati sono piuttosto evidenti. Il sistema operativo presente sugli smartwatch cinesi, comune un po’ a tutti i dispositivi e ritoccato di volta in volta per essere installato su oggetti diversi, risulta ormai vetusto. Zeppo di funzioni per lo più inutili, senza alcuna integrazione con i servizi e le applicazioni presenti sullo smartphone, fine a se stesso.

Un altro clone storico, quello del Samsung Gear.

Un altro clone storico, quello del Samsung Gear.

Si salva qualcosa da questo apparente disastro?

Qualcosa si, soprattutto nel mondo delle smartband o nei cosiddetti activity tracker che presentano meno criticità e dal punto di vista progettuale sono assai più semplici. In questo caso il gioco vale la candela e potremmo anzi attenderci sorprese interessanti spendendo davvero molto poco. Per quello che riguarda gli smartwatch “tradizionali” vi consiglierei di procedere con i piedi di piombo, senza lasciarvi affascinare da affascinanti rendering grafici o schede tecniche  con specifiche improbabili. Insomma, meglio adottare un po’ di cautela piuttosto che trovarsi tra le mani un oggetto inutile che dopo un solo giorno di utilizzo ha perso ogni attrattiva, per finire inevitabilmente in un cassetto.

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Smartwatch, la deriva cinese e le occasioni perse [EDITORIALE] ultima modifica: 2016-03-23T17:12:08+00:00 da Stefano Ratto

2 Responses to Smartwatch, la deriva cinese e le occasioni perse [EDITORIALE]

  1. Salvio scrive:

    Utilizzo pebble steel da 2 anni, fù una spesa abbastanza rilevante. La settimana scorsa ho preso per curiosità un clone iWatch A1. L’ho venduto il giorno dopo.
    Interazione con il telefono e bluetooth instabile, pessima e lenta.
    Questi oggetti valgono meno di quello che si pagano.
    Alla fine mi tengo il mio Pebble Steel, tutt’altra cosa!
    Il costo ha la sua importanza ma qualità è una cosa fondamentale, mi già detto in altri commenti, con la politica cinese non si andrà avanti per molto perché alla fine la gente si stancherà e non acquisterà più oggetti scarsi solo perché costano poco

  2. Salvo g. scrive:

    Sono al terzo smartwatch cinese, più un 37 degree l 18. La durata media è di circa sei mesi dopo cominciano i problemi. È una questione di costi e benefici. Inutili i sensori della salute. Il degree in possesso da circa 20 gg funziona perfettamente ed è pressoché affidabile.

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