Scoppia la bolla del crowdfunding, e forse è un bene

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Il crowdfunding ha rappresentato negli ultimi quattro/cinque anni la risposta migliore a un mercato che non aveva più capacità di esprimersi in maniera tradizionale. Ma forse adesso sta tradendo la sua mission e la colpa è (anche) di Pebble. Ecco perché si è rotto l’incantesimo.

Personalmente mi sono appassionato al fenomeno della raccolta fondi già all’inizio del suo sbarco su internet, ne ho apprezzato da subito la valenza sociale, la possibilità offerta a tutti di accedere a un credito potendo lasciare fuori banche, finanziatori tradizionali, meccanismi di prestito, che avrebbero finito per strozzare una start up o un’azienda appena partita sulla spinta di una buona idea.

Una buona idea, appunto. Basta quella per proporsi a una platea immensa, virtualmente infinita. Quella messa a disposizione dalle grandi piattaforme di KickStarter e Indiegogo soprattutto che consentono di raccogliere fondi per circa 30 giorni (a volte di più) e portare a compimento il progetto della vita. in realtà è sempre stato stimolante partecipare alla nascita di un progetto tutto nuovo, per diversi motivi. Lo stimolo di partecipare a qualcosa di nuovo, un’ idea interessante e l’esclusività data dal fatto che si sarebbe posseduto qualcosa difficile da reperire sul mercato. Questa stessa sensazione personalmente mi è capitato di viverla davvero molte volte, non sempre però è stata seguita dalla soddisfazione di ricevere in mano l’agognato risultato di mesi di attesa, è fisiologico infatti assistere a ritardi anche molto importanti e a volte quello che poi ci ritroviamo nella cassetta della posta non è esattamente quello che ci saremmo aspettati di ricevere. Ma insomma, una delle frasi simbolo di KickStarter è: KickStarter non è un negozio per cui il finanziatore da una parte si assume il rischio di versare dei fondi in una certa campagna e in parte si va anche sulla fiducia. Che adesso, però appare davvero mal riposta.

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Tantissimi progetti hanno portato alla nascita di vere e proprie aziende, per esempio Pebble è una di queste. Nata praticamente dalle sola inventiva del suo attuale CEO, è diventata in pochi anni una vera a propria azienda, anche se ha attraversato una fase finanziaria non esattamente felice. Ma non è più una start up e molti si sono chiesti perché continui a ricorrere a KickStarter per promuovere i suoi prodotti mentre una qualsiasi altra società avrebbe avviato un pre order o avrebbe lanciato i prodotti quando pronti per arrivare sul mercato. Questa è una bella domanda.

Ma i problemi del crowdfunding non si fermano qui, spesso e sempre di più si trovano proposti progetti improbabili e irrealizzabili. Difficilmente troveranno finanziatori in numero sufficiente, ma perché permetterne lo sbarco sulle piattaforme? Questo è il male minore, ben altra storia è il problema rappresentato dai ritardi o, peggio, dalla mancata realizzazione di un progetto fondato con successo (per il quale le persone hanno effettivamente versato dei fondi). I casi sono tanti e significativi e ci sono molti progetti che non si finalizzano nonostante il successo della campagna, provocando delusione e frustrazione presso la base degli utenti (che logicamente non potranno che allontanarsi dal crowdfunding stesso). Anche nell’ambito dei prodotti indossabili possiamo annoverare qualche valido esempio, HOT Watch che è arrivato (e non a tutti) con un ritardo catastrofico, oppure Rufus Cuff, fondato più di due anni fa e solo ora si avvicina al pre order. Ancora Agent smartwatch che, dopo aver raccolto una cifra considerevole, è sempre in fase di realizzazione nonostante siano passati anni dalla fine della campagna. Anni…

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Insomma, il giocatolo sembra ormai rotto e forse sarebbe l’ora di regolamentare meglio un mercato che al momento vale un mare di soldi che forse non vengono gestiti al meglio. A questo punto ci sarebbe bisogno di un cappello normativo un po’ più solido (in USA il crowdfunding è normato da una legge provvisoria ed evidentemente incompleta) in modo da non permettere storture eccessive (molti ritengono che quella di Pebble lo sia) e il verificarsi di situazione limite. E’ vero infatti che le piattaforme di crowdfunding non sono negozi ma non devono trasformarsi in pozzi neri dove buttare il denaro. Cosa ne pensate? Avete mai avuto delusioni a causa di un progetto in crowdfunding?

Fonte: wearable.com

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Scoppia la bolla del crowdfunding, e forse è un bene ultima modifica: 2016-05-30T12:50:56+00:00 da Stefano Ratto

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